Racconti e Leggende Popolari
C'era una volta...
Racconti e Leggende del nostro territorio.
- La leggenda di Musubacco
- L'avventura del contadino
- La leggenda di "Tribbi"
- L'uccellino D'oro
- La Mamma Defunta
La leggenda di Musubacco
Dal territorio Regalbutese è possibile ammirare un paesaggio suggestivo: la distesa del lago Pozzillo circondata
da boschi di eucalipti e sovrastata dai monti della Gazzana (Casana), facenti parte dei Nebrodi.
A proposito di questi luoghi, e precisamente della contrada Musubacco, si narra un'altra antica leggenda:
Si dice che in quei luoghi, anticamente, vivesse un ricchissimo possidente. Un giorno sua figlia,
in uno scatto d'ira, lanciò un'imprecazione: - Vorrei che noi e tutte le nostre cose venissero
trasformati in oro! Si trovarono "aperte le porte dei cieli", il sortilegio si avverò e l'enorme
tesoro rimase nascosto in un caverna sotterranea; si salvò soltanto una vitellina che si era
allontanata per pascolare.
Dopo qualche tempo, un giovane pastore, che si trovava in quel territorio,
si avvicinò alla grotta e vide una piccola fessura che era circondata da "ruvetti" (rovi), il ragazzo,
per curiosità, iniziò a tagliarli, vide che c'era uno stretto passaggio ed entrò; dopo aver camminato
per un bel pezzo giunse in vista del tesoro e restò sbalordito. Attirarono la sua attenzione un paio
di "scarpitti" (erano scarpe fatte con la pelle delle mucche, li utilizzavano pastori e contadini con
degli strofinacci avvolti attorno alle gambe e ai piedi per ripararsi dal freddo), il ragazzo si
tolse le sue "scarpitti" che erano di gomma e si mise le "scarpitti" d'oro. Le sue scarpe le mise
sotto il braccio e tornò indietro; quando stava per uscire gli si presentò una persona che aveva
poteri magici, era come un fantasma, e gli chiese: - Dove vai? Il ragazzo rispose: - A casa!
In quel momento la porta si chiuse e il ragazzo rimase lì dentro imprigionato per sempre, quando
prese le "scarpitti" doveva lasciare le sue e doveva dire : - Prendo pegno e poso pegno. Alcuni
anziani raccontano che la vitellina, sfuggita al sortilegio, ogni sette anni esce dalla grotta,
se qualcuno la vede, si attacca alla sua coda e si lascia guidare, può trovare il "tesoro di Musubacco".
Si narra ancora che per andare in questo posto deve comparire in sogno una persona che deve spiegare il
modo come arrivarci: si deve prendere un bicchiere colmo di acqua ed arrivare fin lì senza farne cadere
una goccia, alla grotta si deve arrivare a mezzanotte e, se si vuol prendere qualcosa si deve dire:
- Prendo pegno e poso pegno. Si dice anche che la Sicilia diventerà ricca quando si aprirà da sola
questa grotta e si troverà tutta la ricchezza di "Musubacco".
L'avventura del contadino
Si narra che una notte d'autunno un contadino si svegliò al suono dell'orologio della Chiesa Madre,
perché a quei tempi non c'era la sveglia. Pensando che già fosse l'alba, si alzò per recarsi in
campagna a lavorare la terra. Non era l'alba ma mezzanotte. Dopo aver preparato l'asino con i
"viertuli" (delle sacche che si mettevano sul dorso dell'asino per conservare il cibo, durante
il tempo delle mietiture del grano), il contadino si avviò per la strada, arrivò alla chiesa di
S. Sebastiano e vide la porta spalancata e una luce splendente, pensò che stessero celebrando la
prima Messa. Siccome era cattolico praticante, legò l'asino a una "vruoccula" (un cerchio in
ferro con un gancio incastrato nel muro che serviva ai contadini per legare l'asino; questa
"vruoccula" c'era in ogni muro esterno di tutte le case) ed entrò in Chiesa.
Si sedette negli ultimi
banchi; quando stava per terminare la Messa, gli si avvicinò un signore dicendogli di andarsene
perché la porta stava per chiudersi e lui rischiava di rimanere imprigionato lì dentro. Allora
il contadino capì che non era l'alba ma mezzanotte, che aveva assistito alla Messa dei morti e
che le persone che erano lì dentro erano tutti defunti: se non fosse uscito da lì sarebbe morto!
Si dice che a quei tempi i defunti, ogni primo lunedì del mese si spostavano dal cimitero alle
chiese, facevano il cosiddetto "viaggiu cu l'armi do priatoriu" (viaggio con le anime del purgatorio),
e celebravano le Messe in tutte le Chiese a mezzanotte. Gli anziani dicono che le persone che assistevano
a queste messe erano delle persone ingenue, cioè persone buone, senza cattiveria; invece le persone furbe
e maliziose non riuscivano a vedere niente perché andavano lì per curiosare e per vedere se era vero
quando si diceva sul "viaggio" delle anime defunte.
La leggenda di "Tribbi"
Nel territorio in contrada "Tre vie", chiamata dagli anziani "Tribbì" si narra una leggenda: si dice che i morti, dopo la mezzanotte, andassero nel punto in cui la strada assume la forma di una croce; i loro parenti, consapevoli di tale riunione, vi si recavano portando con sé del pane e la buttavano chiamando per nome il proprio defunto, soprattutto se era deceduto per morte violenta. Il pane aveva un significato preciso: era come un pegno, il defunto lo prendeva e i parenti in cambio gli chiedevano di "tormentare" i loro nemici; ad esempio, se qualcuno aveva subito un furto, chiedeva al proprio defunto di dare delle bastonate, durante la notte, al ladro, cosicché alla luce del giorno si sarebbe visto il colpevole. Questo rito si chiamava "ittari u pani e mpisi".
L'uccellino D'oro
Si narra che a Regalbuto tanto tempo fa esisteva a Sant'Antonio un grande convento di suore cattoliche
(attualmente esiste ancora, ma è abitato soltanto da pastori che ci tengono le mandrie).
Intorno a questo convento, si estendeva un meraviglioso giardino ricco di fiori e di piante rare.
Le suore passavano felici le giornate in preghiera e in contemplazione e la bellezza del luogo bastava
ad alleviare il peso del loro isolamento.
Un giorno, però, qualcosa cambiò la tranquilla serenità del convento e
le giornate cominciarono a sembrare lunghe e noiose. Fra loro non c'era più la lieta armonia del passato e iniziarono a litigare.
Successe che un giorno un giovane monaco era andato a turbare questa pace col racconto di quello che c'era oltre le mura del
grande convento: le città, le luci, la vita della gente piena di divertimenti e di svaghi. Le suore nel sentire tutto ciò non
desideravano di vivere in quello che fino allora era sembrato un paradiso ed adesso era diventato un luogo di solitudine.
Alcune suore, guidate dal giovane, se ne andarono. Piano, piano il convento si spopolava e le erbacce cominciavano a invadere i
vialetti del giardino su cui più nessuno passeggiava meditando. Anche le ultime suore rimaste si preparavano ad andarsene,
dispiaciute di lasciare il luogo sacro, ma con grande desiderio di vedere e provare tutte quelle novità. Ma proprio quando
stavano per lasciare il convento videro svolazzare sopra di loro un uccellino d'oro da cui pendevano cinque lunghi fili bianchi.
Spinte da uno strano impulso le cinque suore afferrarono ognuna un filo e, per magia, si trovarono nel mondo che tanto sognavano.
Videro com'era la realtà che non conoscevano: odio, miseria, violenza, un mondo in cui la pace era per sempre perduta. Fu un
viaggio lungo, o almeno così sembrò loro. Quando l'uccellino le riportò nel giardino, le cinque suore decisero che non l'avrebbero
mai più lasciato. L'uccellino scomparve nel cielo e le suore capirono che lo Spirito Santo era venuto ad aiutarle a ritrovare
la strada della vera felicità e della pace.
La Mamma Defunta
Si narra che una mamma morì lasciando sette figli. Sei figli maschi preti e una figlia, la minore, che era molto legata alla madre, infatti non riusciva a rassegnarsi, si disperava e voleva vederla ancora una volta. In giro si diceva che c'erano delle persone vive, con speciali doti, che durante la notte andavano in viaggio con le anime dei loro defunti dicendo il rosario: era chiamato "u viaggiu cu l'armi do priatoriu" (il viaggio con le anime del Purgatorio). La figlia si rivolse a una di queste donne dicendole che voleva vedere la mamma defunta durante uno di questi viaggi; ma la donna disse che non era possibile perché poteva spaventarsi ed era pericoloso. La ragazza insistette tanto che la donna l'accontentò, rivelandole che quando sua madre era morta non le avevano abbottonato il vestito e quello era il segno per riconoscerla; le raccomandò anche che, nel momento in cui l'avrebbe vista, non doveva assolutamente rivolgerle la parola perché era molto pericoloso, in quanto i morti non si potevano disturbare. La ragazza a mezzanotte uscì dalla sua casa e si fermò, nascondendosi, vicino alla Chiesa del Purgatorio. Nel momento in cui vide la madre, la ragazza cominciò a piangere dicendole: "Mammuzza, macari a vistina sbuttunata ti lassammu?" (mammina abbiamo persino dimenticato di abbottonarti il vestito), in quell'attimo il capo fila dei defunti le diede un colpo in testa con la croce e la ragazza morì. Fu ritrovata la mattina seguente sulla strada col cranio spaccato.


